Rotazioni colturali

Cosa sono le rotazioni colturali?

 

La rotazione delle colture è una tecnica agricola e consiste nell’alternare sullo stesso terreno diversi tipi di coltivazioni con effetti differenti, in modo che sia sempre nelle condizioni più adatte per la crescita delle varie piante. Alcune colture, ad esempio quelle delle leguminose come l’erba medica o il trifoglio, arricchiscono il suolo grazie all’azione di batteri simbionti che fissano l’azoto nelle loro radici (l’azoto è importante per la crescita delle piante).

 

Le colture di cereali invece impoveriscono il terreno. Le colture di barbabietola, pomodoro, patate lasciano il terreno in buone condizioni e sono preparatrici per altri tipi di coltura.

 

I sistemi colturali possono essere a rotazione sessennale, quadriennale, biennale, mono-successione. Esistono anche altre tecniche per migliorare la fertilità dei terreni (la concimazione e il sovescio, che consiste nell’interrare piante miglioratrici per arricchire il terreno di azoto), ma la rotazione delle colture sembra essere quella più sostenibile.

É utile?
Che impatto ha sull’ambiente?

 

Gli agroecosistemi (nei quali l’uomo utilizza il suolo e le piante per ricavare prodotti alimentari) ed il terreno sono dei sistemi resilienti, tendono cioè a tornare allo stato originale dopo che qualche fattore esterno ha provocato un cambiamento.

 

Ma non è sempre così: se una pratica scorretta o delle condizioni ambientali sfavorevoli si prolungano negli anni, il sistema inizia ad evolvere verso un nuovo equilibrio. Gli esseri umani modificano profondamente la struttura del terreno per renderlo adatto a essere coltivato. Le pratiche agricole determinano inevitabilmente degli effetti che, però, richiedono spesso decenni per divenire evidenti.

 

Sperimentazioni agro-ecologiche di lungo termine sono in svolgimento in molti paesi del mondo e costituiscono il più grande database temporale e spaziale attualmente disponibile per determinare gli impatti del cambiamento dell’ecosistema e per valutare la sostenibilità dell’agricoltura (se e quanto è dannosa la pratica agricola per l’ambiente). Possono fornire informazioni sui cambiamenti passati per prevedere meglio gli effetti futuri, ed in particolare permettono di distinguere tra cambiamenti ecosistemici naturali e antropogenici (cambiamenti causati dall’uomo) e di valutare la sostenibilità delle pratiche agricole in un clima che cambia.

 

Le prove di lungo periodo Italiane sono state avviate solo nel secondo dopoguerra e la prova dell’Università di Padova, iniziata nel 1962 è il più antico esperimento di questo tipo oggi in atto in Italia.

 

In particolare, dal 1988/89 in poi è in corso la comparazione tra un sistema aziendale misto cerealicolo-zootecnico ed uno caratterizzato dall’assenza di allevamenti interni all’azienda. In quest’ultimo caso l’apporto di materiali organici è stato effettuato solamente tramite il sovescio dei residui colturali. Nel sistema misto, invece, sono stati mantenuti i tradizionali apporti di fertilizzanti organici (liquami) ottenuti dagli allevamenti su grigliato (gli animali vengono mantenuti in stalle con pavimento a griglie).

 

Sono sperimentati sistemi colturali sessennali, quadriennali, biennali, a successione e con prato stabile.

 

Questi esperimenti a lungo termine dovrebbero darci un’idea sulla bontà di questa pratica agricola.

 

In tempi recenti l’interesse si è incentrato soprattutto sulla dinamica della sostanza organica del terreno: essa deriva dai residui delle piante coltivate e il Carbonio presente nel suolo è una quota di CO2 assorbita dalle piante e sottratta dall’atmosfera. Incrementare il contenuto di sostanza organica nel terreno permetterebbe di sottrarre CO2 dall’atmosfera, riducendo le nostre emissioni totali.

 

Il sequestro di carbonio è fondamentale per contrastare i cambiamenti climatici. In quest’ottica, il contributo dell’agricoltura è essenziale, perché è di fatto l’unica attività antropica che, seppure come ogni attività umana generi emissioni, è in grado di “catturare” (il termine più corretto è “sequestrare”) il carbonio.

 

La sostanza organica del suolo è la componente principale della fertilità del suolo, perché un suolo che ha più sostanza organica richiede meno energia, meno combustibili per essere lavorato e con la minima lavorazione si ha un suolo più fertile, che richiede meno nutrienti e ha maggiore capacità di ritenzione idrica, quindi richiede una minore quantità di acqua. Non per ultimo più sostanza organica significa anche meno fertilizzanti azotati che sono tra i responsabili delle emissioni di gas serra.