Apiario didattico

Oltre a fornire una moltitudine di prodotti utili per il consumo umano, come miele, polline, pappa reale, cera e propoli, le api (Apis mellifera L.) svolgono un ruolo essenziale per gli ecosistemi naturali e agricoli, laddove il mantenimento delle popolazioni di piante selvatiche e della biodiversità, così come le produzioni della maggior parte delle piante coltivate, dipendono dall’attività degli insetti impollinatori. L’apicoltura è un’attività a impatto ambientale minimo, offre possibilità di impiego e di reddito in aree rurali e marginali, ma soprattutto svolge un ruolo chiave per la salvaguardia di un insetto che garantisce servizi ecosistemici fondamentali.

 

Nonostante le api siano dotate di una spiccata resilienza e adattabilità a condizioni ambientali estremamente diverse, gli effetti del riscaldamento globale e cambiamenti climatici, urbanizzazione, cambio di destinazione d’uso dei suoli, uso di prodotti fitosanitari, presenza di inquinanti, impoverimento della biodiversità vegetale, diffusione di predatori e patogeni rappresentano importanti fattori di rischio per la loro sopravvivenza. In questo contesto, la capacità dell’apicoltore di valutare e comprendere le mutevoli necessità delle api è fondamentale per mettere in atto le strategie più adatte per salvaguardare la loro salute e migliorare il loro benessere.

L’alveare superorganismo

 

Questo termine ben rappresenta la natura eusociale delle api. Infatti, una colonia di api funziona come un singolo complesso organismo che esiste grazie a migliaia di singoli individui che lavorano in sinergia a favore della società.

D’altra parte, la sopravvivenza dei singoli individui dipende dall’esistenza del superorganismo. All’interno della colonia, ogni individuo svolge specifiche attività che nel loro complesso garantiscono il nutrimento, la difesa e la riproduzione del superorganismo. Il sistema sociale è mantenuto attraverso feromoni e comportamenti che diffondono i messaggi chimici a tutti gli individui della colonia.

Una colonia di api, detta anche famiglia, è costituita da un’unica regina, da numerose api operaie, da un ristretto numero di fuchi e dalla covata. Questa composizione delinea tre tipologie di individui, conosciute anche come caste, che popolano l’alveare e che si caratterizzano per un elevatissimo grado di specializzazione in ruoli e funzioni.

I fuchi sono gli individui maschi che nascono da uova non fecondate. Sono facilmente riconoscibili per il loro corpo più grande e tozzo rispetto a quello delle api operaie.

La loro unica funzione è riprodursi con una regina vergine e muoiono subito dopo l’accoppiamento. Il numero di fuchi nell’alveare varia notevolmente durante le stagioni raggiungendo il massimo durante la primavera, quando si allevano anche le nuove regine. In genere rappresentano circa il 15% della popolazione adulta presente nell’alveare.

L’allevamento dei fuchi si interrompe durante l’estate, i maschi adulti ancora presenti vengono allontanati dalla colonia con l’arrivo della stagione fredda.

Le api operaie rappresentano la maggior parte della popolazione all’interno della colonia. Anche il loro numero varia a seconda della stagione passando da poche migliaia durante l’inverno fino a 50-90.000 durante l’estate.

 

Le api operaie sono femmine che nascono da uova fecondate, ma ricevono un’alimentazione diversa dalle larve di regina, non si accoppieranno mai e non potranno mai deporre uova fertili. Presentano un corpo più piccolo rispetto ai fuchi e un addome più corto rispetto all’ape regina.


Sono lavoratrici instancabili e svolgono una moltitudine di attività in ogni fase di vita del superorganismo determinando e coordinando eventi fondamentali come l’ovideposizione della regina, l’ampliamento della colonia o la sciamatura. Durante il suo ciclo di vita (40-45 giorni durante il periodo primaverile-estivo) ogni ape operaia svolge diverse mansioni, prima all’interno e poi all’esterno dell’alveare, in base all’età.

 

Durante i primi giorni di vita le giovani operaie si dedicano alla pulizia delle celle e al riscaldamento della covata. Successivamente, sono impegnate nella nutrizione e nell’accudimento delle larve per poi passare alle cure e alla nutrizione della regina. In seguito, si dedicano al ricevimento e allo stoccaggio di miele e polline. Quando raggiungono le due settimane di età, passano alle operazioni di pulizia dell’alveare e poi alla costruzione del favo e ad opercolare le celle contenenti larve e miele. Ormai vicine alle tre settimane di età diventano i guardiani dell’alveare.

 

Seguono i primi voli di esplorazione per prendere familiarità con l’ambiente circostante e dopo le tre settimane diventano api bottinatrici ed esploratrici o scout. Le api bottinatrici si occupano della ricerca e della raccolta delle risorse necessarie al nutrimento e alla gestione dell’alveare quali nettare, polline, melata, acqua e resina. Al momento della sciamatura, molte delle bottinatrici diventano esploratrici e ricercano un sito adatto dove costruire la nuova dimora dello sciame che sta per lasciare l’alveare.

L’ape regina è l’unico individuo preposto alla deposizione di uova e riproduzione. Morfologicamente, la si può riconoscere per le dimensioni maggiori rispetto alle operaie e per l’addome più lungo e voluminoso e in genere privo di bande colorate. Inoltre, le ali coprono solo i due terzi del suo corpo, mentre nelle operaie e nei fuchi lo coprono quasi interamente. La regina è l’unica dotata di un pungiglione retrattile che, tuttavia, non usa mai per autodifesa, ma solo per prevalere sulle regine rivali e determinare la sua supremazia.

 

L’ape regina trascorre la sua vita (che può durare 4-5 anni durante i quali deporrà circa due milioni di uova) all’interno dell’alveare dove viene costantemente accudita e alimentata esclusivamente con pappa reale dalle api nutrici. Le uniche uscite avvengono in occasione del volo nuziale e della sciamatura. Il volo nuziale ha luogo per le giovani regine vergini quando hanno circa una settimana di età. Solo in questa fase della loro vita usciranno una o più volte per accoppiarsi con i fuchi e riempire la ghiandola spermatica.

La sciamatura è il fenomeno naturale di riproduzione dell’alveare superorganismo.

La preparazione alla sciamatura inizia con la deposizione di uova fecondate all’interno di celle reali (celle speciali molto voluminose, disposte verticalmente sul favo e di dimensioni maggiori rispetto alle celle utilizzate per l’allevamento di operaie e fuchi o per lo stoccaggio di risorse). Pochi giorni prima la nascita delle nuove regine vergini, la regnante lascia l’alveare con una parte della popolazione di api operaie adulte (circa il 65%) che si raggrupperanno temporaneamente in un sito nelle vicinanze formando un glomere. Questo agglomerato di api è lo sciame che nel giro di pochi giorni dovrà trovare una nuova dimora dove costruire il favo. Nell’alveare originale, le giovani regine lotteranno per determinare chi sarà la nuova regnante della colonia. Tuttavia, altri piccoli sciami potranno formarsi e lasciare l’alveare accompagnati da regine vergini appena nate.

La sciamatura è fortemente legata alla stagionalità. Normalmente avviene in primavera quando abbondanti fioriture e disponibilità di risorse si combinano con il momento di massima espansione delle colonie. Tuttavia, gli sciami possono formarsi occasionalmente anche in estate.
Il ciclo biologico nell’alveare inizia con la deposizione di uova da parte della regina nelle celle, tutte di forma esagonale ma di due dimensioni distinte, che compongono il favo. Nelle celle di piccole dimensioni depone uova fecondate dalle quali si svilupperanno larve di operaia, mentre nelle celle di grandi dimensioni depone uova non fecondate dalle quali svilupperanno larve di fuco. All’interno dell’alveare viene mantenuta una temperatura costante di 35-37°C necessaria a garantire la vita e lo sviluppo della covata. Lo stadio preimmaginale, ovvero il periodo di vita all’interno della cella prima dell’uscita dell’insetto adulto, varia in funzione della casta. Dalla deposizione dell’uovo alla nascita dell’insetto adulto trascorrono 21 giorni per le api operaie, 24 giorni per i fuchi e 16 giorni per le api regine.

Prodotti dell’alveare

Il miele è la sostanza prodotta dalle api a partire dal nettare, secrezione zuccherina delle ghiandole nettarifere dei fiori, che viene raccolto, lavorato e stoccato nelle celle del favo. Il nettare è composto principalmente di acqua e zuccheri, ma contiene anche minerali, vitamine, enzimi e composti aromatici.

 

Le api concentrano le sostanze zuccherine e modificano la natura di alcuni di questi componenti nel processo che porta alla conversione del nettare in miele. Il miele viene raccolto dall’apicoltore quando raggiunge il giusto grado di maturazione che dipende dal contenuto in acqua. Per avere un prodotto stabile e duraturo l’umidità residua deve essere pari o inferiore al 18%.

 

Il miele viene generalmente distinto per il numero di nettari dai quali deriva in monofora e poliflora (o millefiori). I più conosciuti e diffusi mieli monofora italiani (circa 50 in totale) sono i mieli di acacia, castagno, trifoglio, tarassaco e tiglio.

 

A questi se ne aggiungono molti altri che rappresentano vere e proprie tipicità delle aree geografiche dalle quali derivano, quali il miele di rododendro, di melone, di eucalipto, di arancio, ecc. Miele millefiori è una denominazione utilizzata per identificare mieli derivati dall’associazione di più nettari raccolti dalle api durante la stagione di fioritura delle piante. Ogni miele millefiori ha caratteristiche uniche determinate dalla variabilità e dalla quantità dei nettari dai quali è stato prodotto.


Le api raccolgono anche la melata, una secrezione zuccherina prodotta da afidi e cocciniglie che si nutrono della linfa delle piante.

La pappa reale, l’unico alimento delle regine, è prodotto dalle giovani api nutrici. Si tratta di un mix di secrezioni delle ghiandole ipofaringee e mandibolari. La pappa reale è composta per circa il 66% di acqua, 5-17% di ceneri, 11-13% di carboidrati, 12% di proteine, 5% di grassi e 3% di vitamine, enzimi e coenzimi. La raccolta della pappa reale richiede l’applicazione di tecniche abbastanza complesse e laboriose e rappresenta il prodotto dell’alveare di più elevato valore. Trova impiego in molteplici campi incluso la cosmetica, la preparazione di lozioni e come integratore alimentare.

 

Il polline, la polvere proteica prodotta dall’apparato maschile dei fiori, è un nutrimento fondamentale per le api. Le piante a loro volta si servono degli insetti pronubi, come le api, per assicurare il trasporto del polline di fiore in fiore e ottenere l’impollinazione incrociata e la fruttificazione. Il polline è prodotto in grande quantità dalle piante e raccolto dalle bottinatrici che ne vengono cosparse quando si posano sui fiori. Spazzolando il proprio corpo ricoperto di peluria le api accumulano il polline, lo impastano con un po’ di nettare e lo trasportano nell’alveare sotto forma di pallottole. Queste vengono immagazzinate nelle celle in prossimità della covata, ricoperte con un sottile strato di miele che ne permette la conservazione. Il polline viene usato pe alimentare le larve di operaia e fuco e per le giovani api operaie. Caratterizzato da un importante contenuto proteico e amminoacidico il polline contiene anche vitamine e minerali può essere raccolto, tramite l’uso di apposite “trappole”, per il consumo umano.

 

La propoli è una sostanza resinosa utilizzata dalle api per ridurre l’ingresso dell’alveare e sigillare fessure secondarie al fine di facilitare la difesa della colonia dai predatori e dai rigori del clima. Il materiale originale deriva dall’essudato di piante resinose che viene raccolto dalle bottinatrici e trasportato nell’alveare. La resina raccolta viene mescolata con il 40-60% di cera e un’altra sostanza, ancora non ben identificata. Oltre alla finalità sopra riportate, la propoli viene utilizzata per fissare le parti mobili dell’alveare, rinforzare il favo, imbalsamare corpi od oggetti deperibili troppo difficili da rimuovere ed allontanare dall’alveare e sigillare ogni apertura di ampiezza inferiore allo “spazio d’ape”.

 

La cera è il materiale che le giovani api producono con le ghiandole ceripare situate nella parte ventrale del loro addome e che viene utilizzato per la costruzione del favo, ovvero l’agglomerato di celle esagonali che costituisce la dimora delle api. Si tratta di una sostanza insolubile in acqua composta per lo più da esteri di acidi cerosi, acidi grassi liberi, idrocarburi e solo in minima parte di acqua. Fonde a una temperatura di 62-65° C e si rapprende a 60°C. La cera che l’apicoltore normalmente raccoglie è quella d’opercolo, ovvero la copertura che viene posta nelle celle contenti il miele al giusto grado di maturazione e che viene rimossa quando si procede alle operazioni di smielatura. La cera è un prodotto di valore che può essere venduto e riutilizzato, dopo fusione e sterilizzazione, ad esempio per stampare fogli cerei. I fogli cerei sono delle “fondamenta” che l’apicoltore fissa sui telaini dell’alveare per facilitare le api nel loro lavoro di costruzione del favo.

 

Il veleno delle api contiene una complessa matrice di sostanze chimiche quali acqua, amino acidi, amine biogene, enzimi, proteine e peptidi, zuccheri e fosfolipidi. Trova impiego in ambito medico e farmaceutico, può essere usato come rimedio nel trattamento di diverse patologie e alcune componenti possono essere utilizzate per desensibilizzare individui allergici al veleno delle api. Le api sintetizzano il veleno che viene stoccato nella sacca velenifera. Può essere raccolto con l’uso di griglie elettrificate che vengono poste nell’alveare. Le griglie emettono scariche di bassa intensità alle quali le api rispondono pungendo un film di nylon posto al disotto della griglia e iniettando il veleno.