Frutteto didattico

Allestito nella primavera del 2017, il frutteto didattico del Dipartimento DAFNAE è una struttura dedicata alle attività di didattica, ricerca e divulgazione scientifica nell’ambito del settore frutticolo.

L’Italia, per ragioni storiche, orografiche, climatiche è, da sempre, il principale paese frutticolo europeo e mediterraneo. In termini produttivi risulta al primo posto per albicocche, ciliegie, pere, uva da tavola, kiwi, nocciole, castagne e seconda per pesche e nettarine, mele, mandorle, arance, limoni, clementine.

La possibilità di mantenere questa invidiabile leadership è legata alla capacità di innovare. L’introduzione di innovazioni di prodotto (cultivar, portinnesti, antiparassitari, concimi,…) che di processo (forme di allevamento, irrigazione, fertilizzazione, difesa, post-raccolta,….) richiede la formazione continua di frutticoltori e tecnici che passa attraverso la verifica in campo delle medesime.

Il frutteto didattico ha, infatti lo scopo, di mostrare cultivar di varie specie, come in una sorta di mostra pomologica ma in campo, le diverse forme di allevamento (dalle più comuni a quelle di recente sviluppo) e le diverse fase fenologiche in abbinamento alle tecniche di coltivazione.

La scelta di adottare un sistema di protezione integrale, attraverso l’uso di reti antinsetto (tipo Alt’Carpo), riflette quanto sta accadendo nel mondo produttivo dove si mira all’aumento della sostenibilità delle colture. In quest’ottica va riconsiderato tutto l’ecosistema frutteto che può svolgere funzioni importanti nell’attenuazione dei cambiamenti climatici riducendo gli effetti dei gas serra. Infine, l’utilizzo di una siepe, che rievoca l’idea dell’hortus antico, permette di rappresentare anche la struttura di un frutteto biologico dove la siepe non è solo un elemento architettonico, ma svolge importanti funzioni di protezione e permette il mantenimento della biodiversità.

In buona sostanza possiamo definire il frutteto didattico come una sorta di “libro vivo”.

 

 


Storia della frutticultura

 

La coltivazione specializzata degli alberi da frutto è una pratica moderna, in quanto nel mondo antico non si parla mai di frutteto, ma di hortus, uno spazio cintato da muri entro il quale si coltivano alberi da frutto, viti e olivi ma anche vari tipi di ortaggi in una logica di multifunzionalità (Fig.1). La presenza del muro era necessaria per preservare le piante da attacchi di animali allo stato brado, ma anche per proteggere da potenziali danni legati a situazioni climatiche sfavorevoli (es. alta ventosità).

 


Nel Cinquecento gli alberi fruttiferi sono ancora parte del giardino, sebbene nei castelli francesi si cominciano a riconoscere parti funzionali diverse come il jardin potager, che è un vero orto, il jardin fruitier, che è già un frutteto, il jardin médicinal, che è un orto per le piante medicinali. Nel jardin fruitier di Versailles, grazie alla presenza di sovraintendenti come Jean Baptiste de la Quintinie, si cominciano a definire le prime forme di allevamento razionale, il primo degli strumenti della frutticoltura moderna.

 

Il testo redatto da de la Quintine, pubblicato postumo, intitolato “Instruction pour les jardins fruitiers et potagers” in cui vengono messi i fondamenti per le moderne forme di allevamento.


 Tuttavia, è in California, nei primi del Novecento, che vengono poste le premesse per uno sviluppo “industriale” della frutticoltura con l’adozione di tecniche di coltivazione più razionali.

 

Nel medesimo periodo, sul fronte italiano la situazione era molto arretrata. Il Molon, un importante pomologo italiano, attribuiva il ritardo alla molteplicità di varietà prive di autentiche qualità, alle forme di allevamento irrazionali e a circuiti commerciali primordiali.

 

La possibilità di colmare il divario con altre nazioni fu vista nella formazione dei frutticultori. Infatti, fu grazie all’attività di ricerca e divulgazione di molti pomologi che le scuole agrarie ricevettero un grande impulso e furono poste le basi per la frutticoltura attuale.

 

Organografia delle piante arboree

 

Nella moderna frutticoltura molto frequentemente gli alberi sono formati da due individui: la cultivar e il portainnesto che costituiscono rispettivamente la parte epigea e la parte ipogea. La parte epigea è formata dalla chioma, il tronco e il colletto, mentre quella ipogea comprende tutte le ramificazioni sotterranee che formano l’apparato radicale. La chioma comprende tutto il sistema di ramificazioni che si trovano al di sopra del tronco (fusto legnoso privo di ramificazioni) che portano, a seconda della stagione, organi lignificati (branche e rami), organi erbacei (germogli e foglie), gemme, fiori e frutti. La parte epigea è raccordata con quella ipogea attraverso il colletto.

 

 

Nelle piante innestate (cioè derivate dalla fusione anatomo-fisiologica di due individui) la chioma deriva dall’attività di una o più gemme. La gemma, quindi, si considera come il primordio di un asse vegetativo (gemma a legno) o di organi riproduttivi (gemma a fiore) o di entrambi (gemma mista). In primavera, a seguito del germogliamento della gemma a legno o mista si originano i germogli che sono assi vegetativi in crescita e non ancora completamente lignificati. La lignificazione dei germogli avviene alla fine dell’estate (agostamento) e porta alla formazione dei rami, assi lignificati dell’età di 1 anno. I rami di una età superiore all’anno sono definiti branche. L’insieme del tronco, branche, rami costituisce la struttura permanente di una pianta arborea: lo scheletro. Il fiore, la struttura che contiene gli organi riproduttivi della pianta arborea, si origina a partire da una gemma a fiore o mista.

 

La natura e la posizione delle gemme differiscono tra le varie specie. Nel melo sono presenti gemme a legno e miste e quest’ultime sono posizionate sempre all’apice di un ramo, mentre nel pesco sono presenti gemme a legno e a fiore. Nel pesco i rami terminano con una gemma legno e le gemme a fiore, combinate con le gemme a legno, sono posizionate lungo il ramo. 

 

 

I rami che portano le gemme riproduttive (a fiore o miste) posso essere classificati sulla base della lunghezza in: rami misti (lunghi da 35 a 80 cm), brindilli (lunghi fino a 20 cm) e brachiblasti (lunghi fino a qualche cm). Nelle pomacee i brachiblasti sono lamburde, borse e zampe di gallo. Le lamburde portano una sola gemma terminale, le borse derivano da una gemma mista che ha già fruttificato e presenta un rigonfiamento alla basee possono a loro volta dare origine a lamburde o brindilli.  L’insieme di borse, lamburde e/o brindili sono strutture di più anni che per loro conformazione prendono nome di zampe di gallo. 

 

Le forme di allevamento

 

Le caratteristiche morfologiche e funzionali delle piante arboree fruttifere sono il risultato dell’interazione del binomio genetico (portinnesto-cultivar) e ambientale (suolo-clima). Il frutticultore attraverso le pratiche di potatura può controllare la forma e dimensione della pianta e la quantità e qualità degli organi fruttiferi.

 

Negli impianti tradizionali, a bassa densità d’impianto, gli alberi erano voluminosi e longevi e spesso consociati a colture erbacee annuali e poliennali. Gli impianti moderni sono, invece, intensivi e specializzati con indirizzi produttivi e modalità di gestione volti ad anticipare l’entrata in produzione, facilitare la meccanizzazione, limitare i costi e l’impiego di manodopera per unità di prodotto.

 

Coerentemente, si è cercata una forte riduzione della mole delle piante e l’architettura della chioma è stata modificata agendo inizialmente sulla disposizione libera delle branche, limitando gli interventi costrittivi volti a ottenere forme geometriche preordinate.

 

Sulla sinistra piramide Oeschberg che aveva una dimensione finale della pianta superiore ai 6 metri. La lunghezza delle branche della piramide è decrescente a partire dalla base verso la parte apicale.

 

Sulla destra una pianta allevata a fusetto che raggiunge una altezza tra i 2 e 3 mt. Le branche sono corte con angolo di inserzione ampio ed inserite a spirale.

Obiettivo primario della moderna potatura è diventato, pertanto, il raggiungimento di uno sviluppo precoce, equilibrato ed autonomo dell’albero, nel contesto di specifici disegni d’impianto e forme di allevamento.

Per questo si sono progressivamente aumentate le densità di piantagione (fino ai limiti compatibili con qualità e quantità delle produzioni), si è diffuso l’uso di portinnesti in grado di contenere lo sviluppo della pianta (portainnesti deboli o nanizzanti).

Nel frutteto didattico per dimostrare l’effetto del portainnesto sul contenimento della vigoria la stessa cultivar di melo (Golden Delicious) è stata innestata su diversi portainnesti.

Nel frutteto didattico sono presenti le seguenti forme di allevamento:

 

 

Di seguito sono riportate le fasi formazione, negli anni, di alcune delle forme di allevamento presenti nel frutteto didattico:

 

 

Le piante con le varie forme di allevamento e portainnesti sono dislocatienel frutteto didattico come riportato nella seguente mappa:

 

 

 

Legenda: in celeste pero a biasse; in rosso melo a biasse (1), fusetto (2), prova portainnesti (3), solaxe (4), germoplasma a fusetto (5); in verde pesco a fusetto (platicarpa, 6), a fusetto (percoca, 7), a vaso (nettarina, 8), a vaso (pesca, 9); in giallo ciliegio a biasse; in viola susino a fusetto; in magenta albicocco a fusetto.

Il successo di un frutteto prevede una serie di scelte imprenditoriali e tecniche che si fanno all’atto del suo impianto.

 

Ogni scelta è frutto di una attenta analisi della vocazionalità ambientale (clima e suolo) e della presenza delle infrastrutture (sistema di trasporto, strutture di lavorazione e di mercato) in funzione della finalità che si perseguono (destinazione finale del prodotto).

 

Le scelte al momento dell’impianto riguardano il materiale vegetale (cultivar e portainnesto), la preparazione del suolo (sistemazioni idrauliche), operazioni di pre-impianto (concimazioni di fondo), la progettazione dell’impianto (forma di allevamento, sesti d’impianto, palificazioni e coperture anti-grandine o anti-insetto). Il progetto dell’impianto ha lo scopo di determinare la distribuzione delle piante nell’appezzamento in modo da ottimizzare l’uso delle risorse (luce, acqua, …), facilitare le operazioni colturali e sfruttare razionalmente la superficie disponibile.

 

È importante scegliere la densità e le distanze di piantagione in modo che l’impianto possa arrivare velocemente a intercettare il massimo della radiazione, mantenendo però un’adeguata separazione tra le piante per evitare fenomeni di auto-ombreggiamento e di ombreggiamento reciproco. Per questo motivo, alle latitudini tipiche delle specie temperate, l’orientamento dei filari deve essere, se possibile, in direzione Nord-Sud, che, in queste condizioni, garantisce un’uniforme distribuzione della radiazione solare sulle superfici esposte degli alberi.

 

Il sesto d’impianto dà origine a disegni regolari di diversa forma geometrica, come la quadrata, con alberi equamente distanti sulla fila e tra le file, e la rettangolare, con alberi più vicini sulla fila e più distanti nell’interfila. La separazione delle interfile è di norma scelta in modo da garantire la migliore operatività delle macchine.

 

Il frutteto didattico essendo promiscuo non presenta densità di impianto differenti per le varie specie e forme di allevamento. Questa scelta ha consentito la semplificazione della progettazione della palificazione e della copertura. Per quest’ultima è stato adottato una copertura anti-insetto del tipo Alt’Carpo (con maglia 2,2×5,4 mm) in grado di contenere la penetrazione della Cydia pomonella (carpocapsa del melo), un lepidottero che allo stadio larvale si ciba dei frutti. La copertura è del tipo monoblocco poiché si estende su tutta la superficie del frutteto.

 

Le immagini mostrano il progetto (A), la stesura della rete (B) e la completa copertura con la rete Alt’Carpo (C) del frutteto didattico.

 

 

Da indagini condotte sull’utilizzo della rete Alt’Carpo ha permesso di stabilire che essa consente di ridurre l’utilizzo di prodotti fitosanitari contro la Carpocapsa una riduzione del numero di trattamenti oltre il 60% e del 75% il danno sui frutti.

L’ecosistema frutteto

 

Il crescente interesse per il bilancio del carbonio su scala globale è dovuto dall’effetto, ben documentato, dell’aumento della concentrazione atmosferica di anidride carbonica sulla temperatura globale. Le foreste e, in misura minore, le praterie sequestrando quantità significative di carbonio dall’atmosfera sono considerate una strategia importante per mitigare il riscaldamento globale. Al contrario, i sistemi agricoli sono spesso considerati potenziali fonti di anidride carbonica atmosferica.

 

Tuttavia, i frutteti hanno caratteristiche strutturali che potrebbero aiutare a mantenere lo stoccaggio a lungo termine del carbonio del suolo come:
i) un lungo ciclo vitale, che consente loro di accumulare carbonio in organi permanenti come tronco, rami e radici e nel suolo;
ii) una lavorazione del suolo scarsa o nulla, che preserva la sostanza organica del suolo dalla mineralizzazione;
iii) la frequente presenza di vegetazione erbacea nell’interfila, che può contribuire all’accumulo di materia organica del suolo.

 

Questo risultato è molto importante in ragione del fatto che in genere le superfici per la coltivazione delle piante arboree da frutto sono generalmente vicine a zone in cui si produce grandi quantità di CO2, come quelle in cui si trovano le industrie e gli insediamenti urbani. Recenti studi hanno permesso di stabilire che meleti e vigneti sono in grado di sequestrare rispettivamente 4,30 e 7,5 tonnellate di carbonio per ettaro nell’arco di un anno contribuendo in maniera significativa alla riduzione del livello di questo gas serra nell’atmosfera.

 

Nei frutteti la pianta arborea fruttifera è consociata a piante erbacee e siepi (arbusti/altri alberi) formando un sistema biologico integrato e complesso. La presenza di piante erbacee, nota come inerbimento, insieme con le radici delle piante arboree aumenta la stabilità del suolo riducendo in maniera significativa l’erosione del suolo. Le siepi costituiscono, inoltre, aree naturali molto importanti in quanto contribuiscono all’aumento della biodiversità e possono ospitare insetti utili al funzionamento e alla difesa (come predatori di potenziali patogeni) della pianta arborea.